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Baudelaire e i suoi paradisi artificiali: la cultura crea INDIPENDENZA!

C’è una canzone dei Black Crowes che dice:

“She never mentions the word “addiction” in certain company”. 

Addiction, dipendenza… 

La dipendenza è una cosa seria: non è una scelta che si fa, non è un fallimento morale, penso che in certi casi sia una o forse l’unica possibile risposta alla sofferenza. 

In altri casi invece questo termine non andrebbe del tutto usato: si grida alla dipendenza con troppa facilità, per superficialità, perché non ci si mette nei panni dell’altro. 

Per il modo in cui lo vivo da sempre, non ho mai considerato il vino come una forma di dipendenza, ma è evidente che, come sottolinea Baudelaire nei suoi “Paradisi artificiali”, l’alcol e le droghe in generale finiscono per trasformarsi, da rimedi, in affascinanti e tirannici veleni. 

Nell’opera Baudelaire predilige il vino quale strumento attraverso cui l’uomo e l’Artista altera la propria percezione, dilata l’io, intensifica l’immaginazione creatrice attraverso cui l’artista si esprime e trasfigura in modo del tutto surreale la realtà, per appagare il proprio «gusto per l’infinito», quella dimensione in cui cerca di sfuggire ai propri limiti, alla prigione del corpo, alla schiavitù del tempo. 

In questa bellissima e terribile visione dal sapore tutto romantico decadentista, il confine fra gusto o piacere e malattia o dipendenza diventa davvero sottile, e purtroppo è incredibilmente attuale. Beviamo per sballare, per dimenticare, per sopportare, per non pensare….quando in realtà dovremmo bere del buon vino per la ragione opposta, non per incrementare la solitudine, ma per agevolare le relazioni; il vino ha la capacità di creare legami, di amalgamare, di creare corrispondenze fra le persone.

Ecco perché per me è importante parlare di vino in modo pulito, parlare di vino come espressione di una cultura che ci rappresenta e ci definisce nel mondo. Il vino è cultura, è la nostra storia, sono le nostre radici, parla delle nostre abitudini gastronomiche e famigliari. Racconta come ci sostentava nella prima parte del 900, quando la fiaschetta di vino portata nei campi sostituiva il pasto; parla di come in Italia ogni regione abbia una tradizione culinaria, un piatto che si sposa perfettamente ad un vitigno, ad un vino, ad un modo di fare vino. Il vino ci indica il tessuto sociale e culturale da cui veniamo, rivela le nostre abitudini, chi siamo.

Il cibo in generale è il principale fattore di definizione dell’identità umana, poiché ciò che mangiamo è sempre un prodotto culturale: l’essere umano trasforma e reinterpreta la natura ogni volta che si nutre, mette mano ai processi naturali (non ci sarebbe vino senza l’uomo…), li influenza per creare il proprio cibo. 

Il vino, come il cibo in senso ampio, è il prodotto di un territorio, di ciò che è accaduto all’umanità che lo popola, della sua storia e non per ultime delle relazioni che ha instaurato. Quando si beve un vino si incontra e si conosce tutto questo: chi fa il mio lavoro dovrebbe averlo bene in testa. 

In questo senso ci tengo a fare la mia parte: voglio trasmettere alle persone che passano da Wild la bellezza della scoperta del vino, che può farci sognare ad occhi aperti, riportare alla mente emozioni, odori legati a ricordi, a persone, a luoghi. Che il nostro approccio al vino deve essere frutto di scelte responsabili che non vadano ad incrementare terribili dipendenze perché tanto ciò che conta è stappare bottiglie, versare calici e incassare … stiamo versando cultura, storia e radici, le nostre, e se lo facciamo con responsabilità avremo almeno dato un senso a tutto quell’incredibile lavoro che c’è dietro ad una semplice bottiglia.  

Di tutti i paradisi o “sballi” artificiali a cui ci abbandoniamo,  l’unica davvero capace di aprire le porte del paradiso è la poesia, dice Baudelaire. 

Immagino il vino come una poesia, da leggere un verso alla volta, da far entrare dentro di noi, assaporare; dovremmo farci trasportare, viverlo un po’ per volta, senza eccessi, come un’esperienza intensa a cui tornare, ma di cui si perde la bellezza se vi facciamo ricorso come antidoto.

Dice Baudelaire:

“Colui che farà ricorso a un veleno per pensare ben presto non potrà più pensare senza veleno.”

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